Giorgio Jannis su Udine Prive 2026

Osservare certi commenti su Facebook durante l’annuncio del prossimo Pride a Udine è come aprire un baule in soffitta ed essere investiti da una zaffata di naftalina e vecchi giornali ingialliti, se non proprio quello di una coscia di pollo marcita in frigorifero.
C’è gente tra noi, sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi (ahimè) che sembra vivere in un eterno 1976, cinquant’anni fa, gente convinta che l’arcobaleno LGBTQIA+ sia un’arma di distrazione di massa progettata per minare le fondamenta della civiltà occidentale, e lo strilla piuttosto istericamente scrollando il cell tra un caffè corretto e un “buongiornissimo” lasciato con un sospiro a una bellezza di ragazza creata con l’IA, o nelle chiacchiere dal parrucchiere.
Questa resistenza ostinata – io ve lo dico – si manifesta solitamente con la profondità intellettuale di un sottobicchiere, unita a una competenza di lettura dei fenomeni sociali simile a quella di un bellissimo broccolo. Si leggono invocazioni alla “natura” scritte da persone che probabilmente non distinguono un leccio da un lampione, o richiami ai “valori tradizionali” digitati mentre si consuma il terzo divorzio o si va a mignotte mentre i figli guardan la tv, o si ignora la cena in famiglia per insultare sconosciuti online.
Il meccanismo è quasi pavloviano. Appare una bandiera colorata, scatta il riflesso di scrivere “e il Pride degli etero?” con la stessa sicumera di chi crede di aver appena scoperto il teorema di Pitagora, ignorando che l’orgoglio di chi non ha mai dovuto temere di camminare mano nella mano per strada si chiama, semplicemente, vita quotidiana.
C’è qualcosa di profondamente malinconico in questo accanimento digitale. Dimostra una fragilità identitaria tale da sentirsi minacciati dalla felicità altrui, vorrebbero dar fuoco ad ogni zingara o a ogni gay, temono la libertà di qualcuno di vestirsi con piume di struzzo un sabato pomeriggio.
Invece di godersi la bellezza variopinta della vita, questi censori da tastiera preferiscono barricarsi dietro una punteggiatura creativa e un uso sconsiderato del tasto capslock, convinti che il loro fastidio estetico sia un’argomentazione sociologica valida. Se si allargano impudenti in un giudizio morale, sbracano malamente appena fate loro notare un paio di incongruenze logiche nel loro concetto di libertà, per sé e per gli altri, perché ehi! hanno pur premesso che loro hanno molti amici gay.
Forse sotto quell’aggressività sgrammaticata si nasconde solo l’invidia per chi ha trovato il coraggio, in una lotta personale e di gruppo lunga decenni, di essere sé stesso, mentre loro sono ancora lì a chiedersi se indossare una camicia rosa possa compromettere definitivamente la loro virilità davanti ai vicini di casa.
Preferisco decisamente un mondo colorato con i colori dell’arcobaleno a uno in bianco e nero, e la Storia ha già emesso il suo verdetto su chi preferisce la segregazione alla festa dei diritti di tutti, per tutti.
In questo testo ci sono tre citazioni, per quelli che benpensano.

Di Giorgio Jannis (link)