Woke – Dibattito 2026

Questa pagina raccoglie il dibattito sul “woke” iniziato nell’agosto del 2026. Le fonti sono indicate e sono pubbliche, interviste su giornali o dichiarazioni. L’ordine è (tendenzialmente) cronologico.


 

 

Guia Soncini -24.08.2026 (fonte)

Il primo woke è morto, ma la fabbrica della suscettibilità lavora ancora

Le sigarette segnalate su Prime, il cane che oggi provocherebbe interrogazioni parlamentari, gli asterischi, gli shampoo arcobaleno e quattro ideologhe su Instagram: più che una rivoluzione culturale, l’Italia ha avuto una recita scolastica americana, con molta indignazione e un po’ di fatturato.

«La mafia non esiste: è un’invenzione della stampa del nord per vendere più giornali». Non è che la battuta sia particolarmente originale, ma quando la dice un personaggio di “L’onore e il rispetto”, sceneggiato di vent’anni fa che sto riguardando per diletto, mi viene in mente il woke, la mafia di questo decennio.

La puntata in cui viene detta è in media con roba che vent’anni fa poteva serenamente andare in onda su Canale 5 nonostante la totale assenza di redenzione e di trionfo delle forze del bene: incesti, ammazzamenti, stupri e chi più ne ha. Tuttavia, adesso che è su Prime reca uno dei molti segni del nuovo mondo che sciattamente chiamiamo “woke”.

Al principio d’ogni puntata, si avvisano gli spettatori delle possibili suscettibilità che scorreranno sullo schermo. Violenza, contenuti sessuali, fumo. Sì, ogni tanto squartano qualcuno e un accoppiamento su due è uno stupro, ma vuoi mettere quant’è diseducativo che si accendano una sigaretta (un’intera sottotrama di quella puntata riguarda un eroinomane, ma evidentemente la scena con la siringa in vena è considerata meno passibile di suscettibilità di quelle in cui qualcuno tira fuori un portasigarette dalla giacca).

Ho letto di tutto, nei giorni successivi all’intervista in cui Alexandria Ocasio-Cortez ha fatto un resoconto del primo woke che pareva quello di un addio al nubilato, «abbiamo proprio fatto le pazze». Riflessioni scritte da gente che ha chiaramente dovuto chiedere a ChatGPT cosa fosse il woke e a volte pure chi fosse AOC. Recriminazioni scritte da gente che si autocertifica opinionista sul woke da quando c’era la lira. Rimbrotti di chi dice che rinnegando il woke rinneghiamo i diritti civili (ma chi, ma cosa).

Qualcuno – da Ilaria Salis su fino a Chiara Valerio – argomenta che i diritti funzionano per moltiplicazione e non per sottrazione, che è una delle posizioni più prive di senso della realtà che si possano avere: il tempo è una quantità finita, l’attenzione è una quantità finita, i soldi sono una quantità finita; quel che decido di investire sugli asterischi nelle lingue romanze o sulla rimozione delle opere di autori immorali dai piani di studio, non lo sto investendo per risolvere problemi non immaginari.

Vorrei, tanto per cambiare, parlare di me, per una volta che sono qualificata non tanto ad analizzare un tema quanto a ricostruire come il tema è stato affrontato. “L’era della suscettibilità” sarebbe rimasto quel che era: qualche anno di miei appunti in cui mai compariva la parola “woke”, non solo perché il gergo è sempre un crampo dell’intelletto ma perché, dovessi tener lezioni ad aspiranti iconoclasti, direi loro di non usare il lessico della religione che intendono demolire; c’era invece sempre la parola che mi pareva il punto, “suscettibilità”.

Tutta la deriva prescrittiva sul linguaggio e integralista sui posizionamenti è una gigantesca forma di fragilizzazione degli esseri umani: io creo un mondo in cui tu non debba mai affrontare nulla che ti turba – una lezione sgradita in università, una scena spiacevole in un film, una battutaccia al bar – e tu non potrai mai sviluppare le doti che fanno di un essere umano un adulto. Un piano perfetto, se vuoi una popolazione di dodicenni senili ai quali vendere cose.

Ma poi è arrivata la pandemia, i femminili non hanno più avuto abbastanza pubblicità e quindi abbastanza introiti da pagare chi non scriveva per due lupini e un’oliva, e io mi sono ritrovata con molto tempo libero. Ho fatto una cosa che in genere i non esordienti non fanno: ho scritto un saggio che nessuno mi aveva commissionato.

Il motivo per cui “L’era della suscettibilità” ha avuto un discreto successo di vendite e una enorme rassegna stampa non è che qui esistesse il woke: hanno ragione quelli che dicono che qui non è mai esistito (a parte Simone Lenzi, la nostra Baaast’n a Livorno). È stata una delle molte americanizzazioni tardive e mal fatte, una delle molte emulazioni fallite, per varie ragioni tra cui il fatto che in Italia esistono i sindacati e i contratti di lavoro non hanno clausole morali. Ma soprattutto, perché qui le università non contano niente.

In Inghilterra se un professore mitomane sta per essere smascherato si ammazza, in Italia si prende due settimane di ferie. In America se in nome dell’intersezionalismo un corso di laurea decide di sostituire Shakespeare con una poetessa trans thailandese è un caso di cui si parla in tutto il mondo, qui tutti gli studenti che dovrebbero accorgersene sono fuori corso e hanno saltato la lezione per andare a prendersi uno spritz.

La mia amica che non volle pubblicarlo aveva ragione a dire che qui – Lenzi a parte – non si disfavano carriere per indelicatezze di lessico, ma non aveva capito che la forza di quel libro era il concentrarsi sul fatto che erano tutti scemi: quelli che si offendevano, quelli che ci facevano la morale, quelli la cui identità risiedeva non in ciò che erano in grado di fare ma in ciò su cui erano in grado di rompere i coglioni. La fortuna di quel libro dipende dal fatto che nel 2021 nessuno in Italia aveva sentito la parola “woke” ma tutti avevano già avuto i coglioni rotti più volte, per qualche parola innocua su qualche social o in qualche articolo, da qualche autonominato custode della pubblica morale il cui micropotere era dovuto alla rumorosità.

Il maggior portato del woke, in Italia, è consistito nel procurare un reddito a quattro sceme che si sono messe a fare le ideologhe su Instagram. È stata, quella deriva, prerogativa loro e delle loro follower, che con la convinzione di bambini alla recita di Natale sono andate avanti anni a usare la schwa, o formule magiche come «maschio bianco cis», o a parlare della necessità della decolonizzazione perché non si trovavano i fondotinta per l’incarnato africano (non a New York, dove la richiesta avrebbe un senso: a Isernia, dove non esiste borghesia non bianca; se sei nera, o sei bracciante nei campi o sei campionessa sportiva milionaria che ha sbagliato strada mentre andava in costiera amalfitana).

Poi certo, i giornali sono andati dietro a queste scemenze, ma è perché i giornali italiani vanno dietro a tutto, disperati come zitelle anziane che temono che ogni treno sia quello che sarebbe tragico perdere. Gedi fece un contratto a Michela Murgia perché, nelle sue storie di Instagram, metteva all’indice ogni titolo che per brevità ometteva il cognome a qualche donna, tutto sessismo, tutto patriarcato, e a un certo punto pensarono fosse conveniente cercare di cooptarla commissionandole delle linee guida su come usare l’on line. Col risultato che la redazione di Repubblica si rivoltò, stai a vedere che dobbiamo farci dire dalla Murgia come scrivere: non c’è woke che possa vincere su un rappresentante sindacale, in questo paese giustamente attaccato alle vestigia del Novecento.

E non sono soli, i giornali, nella loro poco attraente zitellaggine. Un editore (un altro) che pure aveva rifiutato “L’era della suscettibilità” dopo l’uscita telefonò alla mia agente coprendosi il capo di cenere e chiedendo se per caso ci fosse un libro uguale o giù di lì che poteva pubblicare: chiunque non abbia fatto i soldi sbeffeggiando il woke nell’editoria italiana d’inizio decennio non è portato per fare i soldi con l’editoria.

Dice: ma tu pensi solo al fatturato. Sì, ma pure loro. È che – sarà forse perché è storia, sarà forse perché invecchio, sarà forse perché ci viene da ridere quando Franzen dice che non può guardare i quadri di Caravaggio sapendo che è un assassino – il fatturato qui era minore. Le quattro sceme di Instagram e le campagne inclusive degli shampi, qualche consulenza aziendale per la diversity, equity and inclusion (cioè: gente pagata per dire ai marchi di shampoo «se hai assunto un nero, promuovilo; se è nero e gay, doppio punteggio»), robetta.

Lì, un’italoamericana può diventare ricca scrivendo “Fragilità bianca”; a Roma, un autore può farsi scrivere in quarta di copertina d’un romanzo «Lavora, attraverso la scrittura, alla decostruzione del proprio privilegio di classe e di genere» e non ricevere comunque chiamate delle aziende di shampi che dovrebbero bramarne le consulenze.

Quando “L’era della suscettibilità” era uscito da abbastanza poche settimane da essere ancora in classifica, L’Espresso mise in copertina un uomo incinto, uno dei molti deliri postmodernisti: tra i fideismi prescrittivi di quell’ideologia, c’era anche il considerare oscurantista e reazionario chi sostenesse che, tu pensa, per figliare si dovessero avere gameti femminili. Potremmo dire che quindi il woke c’era? Vi rispondo solo se voi prima rispondete a: ma nel 2021 vi pare che L’Espresso esistesse ancora?

Però il fatto che il woke facesse capolino nei libri, nei giornali, nell’Instagram, sulle confezioni di shampoo con l’arcobaleno, tutte queste emulazioni d’America lontana non lo rendono un fenomeno reale e non dall’altra parte della luna. Certo che Myrta Merlino s’inginocchia nel 2020 in uno studio televisivo di Roma per George Floyd, ma non è così che si misura un fenomeno: se avesse attecchito, se avesse formato nuove sensibilità, qualche conduttrice si sarebbe inginocchiata nel 2026 per Abderrahim Fakir, ammazzato a Bologna proprio come George Floyd.

È lo stesso problema degli articoli di costume. Quelli italiani sono un disastro perché sono copiati dai giornali americani, ma niente è più locale del costume. Se copi gli americani ti ritrovi a fare articoli sui ragazzini queer (ma chi, ma dove) e non sul fatto che ormai nelle città italiane ogni due portoni c’è una manicure cinese. Negli Stati Uniti i negozi di manicure hanno iniziato a essere ovunque cinquant’anni prima che da noi, e quindi non abbiamo pubblicistica da copiare in merito: dovremmo avere spirito d’osservazione, ma per avercelo dovremmo esistere.

Una cosa che non mi pare abbia notato nessuno degli wokisti improvvisati – da Ezio Mauro, a Giuseppe Conte che ci ha svelato la sua amicizia con l’americanista Bonetto, fino a Matteo Renzi che ormai tra ovuli congelati e congedo del woke si fa dettare dalla Ocasio-Cortez una linea politica al giorno, e mi aspetto di vederlo alla prossima cena danzante recare sul deretano la scritta «Tax the rich» – un dettaglio che hanno tralasciato tutti è che la battuta di AOC non era su quanto fosse stato folle il woke: era su «woke 1».

Perché la signora Ocasio, che è nel flusso del postmodernismo come poche, sa che quello passato di moda è il primo woke, quello in cui volevano abolire la polizia e far fare la transizione di genere ai cinquenni, ma adesso c’è non so se il 2 o il 3: è evidente a chiunque non sia in coma vigile che la stessa rigida gabbia ideologica – rifugio di chi non è abituato a pensare – è applicata a nuove fissazioni, nuove mode, nuovi comandamenti.

La neurodiversità. Il congelamento degli ovuli. La Palestina. L’intelligenza artificiale. Le ossessioni alimentari. I cani che sono meglio delle persone. Il primo woke è andato, vediamo quanto ci mette la sinistra italiana ad accorgersi delle generazioni successive dello stesso delirio. Chissà se si svegliano solo quando qualche fotogenica deputata americana diventa meme, o se ce la fanno a guardarsi intorno senza copiare il compito.

 


Alessandra Nardini (24.08.206) (fonte)

 

Nel dibattito in corso ci si sta adeguando alla caricatura che fa la destra sul cosiddetto “woke” e io a questo non ci sto. Prima di tutto perché siamo tra i pochi Paesi dove non c’è il matrimonio egualitario, dove non c’è una legge contro le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere, dove tantissimi ginecologi sono obiettori, dove non c’è parità salariale tra donne e uomini, dove ci sono partiti di destra che ogni giorno dicono cose omofobe e razziste, che parlano di remigrazione e deportazioni, che propongono di cancellare le Unioni Civili e il reato di femminicidio, che mettono in discussione il diritto all’aborto, vogliono impedire che a scuola si possa fare educazione sessuo-affettiva e vorrebbero tetti numerici per studentesse e studenti con background migratorio. Davvero, in questo quadro, qualcuno pensa che in Italia il problema sia il woke?! È ridicolo.
In particolare mi hanno colpita, anche se non del tutto stupita viste le sue posizioni passate, le parole di Giuseppe Conte che ho trovato elaborate con furbizia elettorale rispetto al confronto con Elly Schlein, come dire: io sono l’uomo maturo pragmatico, lei la ragazza che parla solo di diritti civili. Non è cosi’, visto che lei è la Segretaria della battaglia per il salario minimo e il contrasto dello sfruttamento lavorativo, della difesa e la richiesta di finanziamento della sanità pubblica e della scuola pubblica, della proposta di tassare i colossi energetici per abbassare le bollette, solo per fare qualche esempio.
Però non mi soprende che verso una giovane donna che parla con radicalità e chiarezza anche di questi temi, passi questo messaggio perché, da Assessora regionale, ho vissuto anch’io, spesso, questo pregiudizio.
Ho passato gli ultimi anni ad impegnarmi per garantire il diritto all’educazione e all’istruzione, anche adottando nuove misure come Nidi Gratis e Libri Gratis, nella scorsa legislatura ho dato avvio al Nuovo Patto per il Lavoro e contribuito ad investire milioni di euro in formazione professionale, e ora nel impegno amministrativo quotidiano si è aggiunto il tema del diritto alla casa, ma nella caricatura di alcuni vengo ancora descritta come quella che pensa solo al femminismo e ai diritti delle persone LGBTQIA+, delle persone migranti o di quelle che stanno in carcere.
Rifiuto il mettersi sulla difensiva, perché io di fare ANCHE questo ne vado orgogliosa. Come sempre ho detto, sono convinta che diritti civili e sociali vadano difesi e debbano progredire insieme e non dobbiamo scordarci quello che i movimenti di emancipazione ci hanno insegnato, cioè l’intersezionalità delle disuguaglianze, che si sommano. Se sei una donna, un persona LGBTQIA+ o con disabilità, una persona non bianca o con background migratorio, solo per fare alcuni esempi, alle ingiustizie economiche e salariali che vivono tutte le altre, se ne aggiungono e sovrappongono di specifiche. Questo non è il woke, è la dura realtà ed è quello che dobbiamo continuare a combattere e credo che, nel campo progressista, dovremmo farlo tutte e tutti insieme, senza posizionamenti tattici su temi che toccano la vita, la carne viva, delle persone.

 


Marta Bonafoni (25.08.2026) (fonte)

Ci ho pensato a lungo, e penso davvero che il modo migliore per commentare “il dibattito sul woke” che si è scatenato in Italia sia non commentarlo.
Per non annaffiare un terreno che ritengo sinceramente truffaldino.
Stiamo/stanno discutendo da giorni di una dichiarazione di Alexandra Ocasio Cortez che la stessa AOC non ha mai fatto.
Ha invece citato le parole di un consigliere comunale di New York, dentro un discorso più ampio, che non ha mai contenuto una “abiura” al woke, semmai un’autocritica su alcuni suoi “eccessi”.
Ma è inutile entrare nel merito di quello che Ocasio Cortez ha detto, perché chi ha deciso di accendere il dibattito italiano sul woke era interessato a tutto fuorché al merito delle parole pronunciate.
Piuttosto, mirava a “ridimensionare anche in Italia chi spinge sul woke”.
E qui c’è la seconda “truffa” politico-mediatica (o mediatico-politica se preferite): in Italia non è mai esistito e non esiste tuttora qualcosa di assimilabile al woke americano. Per mille ragioni che sarebbe lungo qua spiegare, e in ogni caso vale quanto sopra: chi ha deciso di accendere questo dibattito in Italia è interessato a tutto tranne che a delle “ragioni” argomentative.
Dunque, da diversi giorni in Italia tiene banco (ci giurerei però non nelle strade e nei bar, ma dentro un ristretto circuito intellettuale-giornalistico-politico) un dibattito basato su una doppia falsa notizia.
Ma cosa ci dice allora quanto sta accadendo?
Che siamo, penso io, nel solco di una “tradizione” tutta dentro la sinistra/i progressisti italiani, che fin qui hanno sempre fatto mille distinguo, messo un milione di confini, tra i diritti sociali e i diritti civili, col risultato di veder indeboliti i primi fino allo sfinimento, pressoché ignorati i secondi fino allo svilimento.
Da tempo alla guida del Pd c’è una segretaria che ripete come un mantra che diritti sociali e diritti civili vanno tenuti insieme, perché le discriminazioni e le disuguaglianze sono fatte di più strati, hanno diversi spessori, non sono monodimensionali.
Proprio come le nostre vite, sia quando sono ricche e felici, sia – molto di più – quando sono povere e rassegnate.
Eccolo allora forse a cosa punta questo dibattito/non dibattito sul woke… a indebolire un’opzione che finalmente incarna la ricomposizione intersezionale della lotta alle disuguaglianze.
È così? È una pista intellettuale per comprendere perché siamo finiti in un dibattito così surreale?
Io credo di sì. Ma siccome penso che il modo migliore per commentare “il dibattito sul woke” che si è scatenato in Italia sia non commentarlo, mi fermo qui e torno a lavorare.

 


Massimo Prearo (25.08.2026) (fonte)

Mentre a sinistra si disquisisce di woke 1 e di woke 2, a destra è iniziato un gioco di posizionamenti tra partiti e movimenti che scommette sulla pelle delle donne e delle minoranze, delle persone e delle famiglie LGBTQIA+, delle persone trans, delle persone migranti, con dei termini e delle proposte che vanno al di là di tutto quello a cui abbiamo assistito fino ad oggi.
Dietro questo gioco di posizionamenti a destra ci sono loro, gli imprenditori morali del progetto neocattolico, con ProVita & Famiglia in prima linea, ma senza dimenticare tutto quell’universo che in questi stessi giorni si ritrova, come ogni anno, al Meeting di Rimini, tra cui la rete Ditelo Sui Tetti e molti altri.
Il programma del Governo Meloni su questi temi era il programma che questi imprenditori morali hanno costruito negli ultimi anni, così come il programma di Futuro Nazionale su questi stessi temi riprende, fin nel dettaglio delle parole scelte, il loro lavoro.
A proposito di woke 1 e woke 2, senza pretesa di metterci i miei due centesimi di pensiero, che peraltro con Sara Garbagnoli avevamo già messo sul tavolo, forse un po’ in anticipo, ci si potrebbe chiedere:
Quanto del lavoro dei movimenti e dell’attivismo che in questi anni si sono occupati di diritti civili e sociali, di diritti tout court, di cittadinanza, di precarietà, di discriminazioni, di solidarietà, di mutualismo, inventandosi pratiche nel vuoto lasciato dal servizio pubblico e dallo Stato e occupato dagli interessi privati, quanto di quel lavoro concreto e materiale, che porta con sé anche tutto un lavoro di riflessione e di pensiero, a partire proprio dalla cornice dell’intersezionalità e del transfemminismo, quanto di quel lavoro è stato ripreso, incorporato, metabolizzato, digerito, accolto, o anche solo conosciuto e compreso dai partiti progressisti che a sinistra si propongono di elaborare programmi che hanno o dovrebbero avere per obiettivo l’emancipazione e la giustizia sociale?
Quanto di quel lavoro, che la destra ha demonizzato come “gender” o “woke”, è stato invitato a costruire le basi per un possibile orizzonte programmatico?
E, al contrario, quanto di quel lavoro realizzato a fatica e dal basso è invece stato stigmatizzato, ignorato, svalorizzato, sminuito, trattato con sufficienza o definito proprio con quelle stesse retoriche stigmatizzanti armate dagli imprenditori morali della destra populista e radicale?
Mentre si disquisisce di woke 1 e woke 2, a mio avviso, occorre tenere a mente che senza quel lavoro che ogni giorno costruisce reti e relazioni per cercare di tenere in piedi strutture e comunità che spesso sono gli unici giubbotti di salvataggio che le persone più esposte alla marginalità e più vulnerabilizzate si vedranno mai tendere, senza quel lavoro e senza il sapere prodotto da quelle reti e da quelle comunità, non ci può essere una risposta che avanzi in maniera ampia e radicata un programma di governo che sia in grado schiarire il buio di queste proposte anti-democratiche e autoritarie.
Mi premeva sottolinearlo perché mi pare che a volte la passione per il dibattito polemico si dimentichi che dietro “il woke” e dietro “il gender” ci sono sempre state delle persone in carne ed ossa, ci sono sempre state soggettività minoritarie e minorizzate, discriminate, escluse, marginalizzate ed esposte a forme di violenza fisica e simbolica che queste proposte rischiano gravemente di legittimare.